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Armi e bambini: il contrasto alla violenza comincia dalle scuole

Premo le frecce del computer tra le immagini del fotografo Mauro Corinti alla fiera “Militalia” a Novegro, Milano. Ritraggono bambini italiani che prendono confidenza con le armi. Hanno in mano granate, sparano al poligono, valutano i prezzi di pistole mitragliatrici. Bambini di pochi anni “accompagnati dai genitori”. Inchiodato allo schermo vedo una bambina ferma davanti a una bandiera con Aquila Reale e Fascio Littorio.

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La mostra per il 2015 riporta a fine pagina una dicitura “con il patrocinio di Regione Lombardia. Leggo, sul sito dedicato, che “le Forze Armate sotto tutte le latitudini sono il segno distintivo di un popolo, i ricordi e le tradizioni che esse racchiudono valgono anche a rimarcare l’identità che sta alla base di una nazione”.

Nelle foto adulti e bambini, “padri e figli”, condividono il piacere delle armi. Divertiti tra coltelli d’assalto dalle lame dentate.

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Conosciamo tutti la teoria dell’apprendimento sociale. Noi umani impariamo dalla osservazione e imitazione del comportamento altrui. I bambini dagli adulti. Inevitabile. Gli studi sul comportamento aggressivo nei bambini hanno ampiamente dimostrato che se esposti alla condizione aggressiva, la riesibiscono. Imitando l’adulto. Mi chiedo se qualche alunno che partecipa alle attività di prevenzione e contrasto della violenza che Soleterre realizza in alcune scuole lombarde (volontariato puro, fondi pubblici non ci sono ma queste cose vanno fatte) sia stato “in fiera con papà” a provare armi. (Le foto di Corinti nel frattempo mi svelano altri ragazzini che giocano alla guerra anche nella vecchia Expo Armi (Exa) che sino al 2013 si teneva a Brescia. Qui oltre al collezionismo si potevano prenotare e acquistare armi).

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Nelle scuole secondarie di primo e secondo grado (ultimo baluardo dell’istruzione visto che all’università si va sempre meno), Soleterre sta rilevando l’incerta capacità di molti giovani nel controllare gli impulsi, provare l’empatia che permette di regolare responsabilmente i conflitti, essere coscienti di sé e responsabili del proprio agire. Capacità che derivano dalla contaminazione familiare e sociale del mondo adulto. Competenze evolutive fondamentali per loro e per la specie. Modelli sociali negativi arrivano da ogni parte. Come qualche giorno fa le parole del segretario della Lega Nord di Varese, Marco Pinti, la sua proposta di “Dare le armi ai cittadini, perché così non si può andare avanti”. Parole rivolte, sembrerebbe, al prefetto Giorgio Zanzi, con la richiesta di “concedere il porto d’armi a tutti i cittadini che ne facciano domanda per consentire una adeguata difesa personale. Richiesta arrivata dopo che nella tranquilla Varese una gang di rapinatori salvadoregni (armati di machete) ha realizzato tre tentativi di rapina ai danni di altrettanti gruppi di persone, in centro città.

La proposta di Pinti e l’azione dei salvadoregni risponde alla stessa logica: chi è più forte (anche perché armato…) sopravvive, chi è debole, soccombe. Non a caso, quando chiedi agli studenti “Perché esiste il bullismo?” molti ti rispondono che “il bullo non vuole apparire debole, perché solo così è circondato da amici, mentre il coetaneo che mostra le sue debolezze viene isolato”. Per questo, con loro Soleterre lavora prima di tutto sullo sviluppo dell’empatia, sulla capacità di “sentire il dolore dell’altro” e di dialogare per risolvere i problemi, accettando e rispettando le differenze.

Armare i cittadini sarà davvero la soluzione per aumentare il senso di sicurezza? Nei paesi in cui Soleterre lavora, a partire proprio da El Salvador, è stato ormai dimostrato che le politiche fortemente repressive e la diffusione di armi da fuoco come “strumento di difesa” tra la popolazione hanno il solo risultato di far crescere il livello di violenza e, di conseguenza, il senso di insicurezza e paura dell’altro. La prima forma di prevenzione della violenza inizia nelle scuole, attraverso l’educazione al rispetto morale delle regole e delle leggi, e non alla loro obbedienza passiva, dettata dal timore della sanzione o, ancora peggio, della vendetta. Le persone devono scegliere di non commettere atti violenti, perché sentono il peso della responsabilità del loro gesto e capiscono il dolore che tali atti provocano nelle altre persone.

La violenza e l’aggressività, coltivata o agita e comunque sempre meno considerata a livello politico come azione da cui emanciparsi, mi pare un tentativo inutile di distruggere la diversità dell’altro. I libri che bruciano a Mosul ne sono una traccia in cenere.

Foto credit: ©Mauro Corinti

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Spese militari: Pinotti vuole più armi, Moretti (Finmeccanica) più soldi. O è il contrario?

Scusate, mi ero sbagliato. A volte succede. Per parecchio tempo ho pensato che Roberta Pinotti fosse in realtà il primo generale donna italiano, anche se, per ragioni credo strategiche, si faceva chiamare sottosegretario alla Difesa e poi addirittura ministro della Difesa (ad un certo punto ha anche fatto circolare il rumour che sarebbe diventata Presidente della Repubblica, ma era un venticello; e sarebbe stato clamoroso: il primo generale, per di più donna, al Quirinale). Ma, ripeto, mi sbagliavo. Il ministro della Difesa in carica è, infatti, tale Mauro Moretti che, anche qui per motivi inconoscibili a noi mortali, viene fatto passare per l’amministratore delegato di Finmeccanica. Il Moretti ieri, 9 febbraio, è intervenuto a un convegno al Centro Alti Studi della Difesa e, secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa, ha auspicato un aumento delle spese militari. Perché, secondo quanto riporta un dispaccio Ansa delle 19.17, in Italia ci sono “scarse risorse” destinate alla difesa e se vogliamo allinearci agli altri paesi dovremmo aumentare la spesa in questo settore, aggiungendo che “alla politica non bisogna chiedere solo più soldi, ma anche programmi pluriennali più certi” (notare quel “non solo più soldi… ma anche programmi più certi”, n.d.r.). Come si conviene a un buon politico che vuol portare acqua al suo mulino, Moretti non si è limitato alle apodissi. No, ha citato cifre cantanti a sostenere l’inconfutabilità delle sue richieste. Un vero politico 2.0, nell’era di Internet. Secondo la stessa agenzia Ansa, Moretti sostiene infatti che lo “Stato italiano mette a disposizione 4 miliardi l’anno di risorse per gli acquisti nel comparto della difesa, cifra sensibilmente inferiore a quella di un paese come ad esempio la Gran Bretagna la cui spesa ammonta a 11 miliardi. E non si tratta di un paese molto più grande di noi o con maggiori necessità di difesa”. Ipse dixit.

A sostenere le forti e soprattutto originalissime affermazioni del Moretti nella inedita veste di ministro della Difesa pro-tempore, è intervenuta la professoressa Pinotti nella sua impersonificazione ulteriore ma non inedita, di rappresentante dell’industria militare nazionale. “Dobbiamo dare una mano alla nostra industria e alle sue eccellenze, perché questo può portare frutti a tutto il sistema-paese. Ricordiamoci inoltre che il settore industriale militare è uno dei pochi ad essere rimasto forte. Dobbiamo avere una certezza temporale di quelli che devono essere gli investimenti della Difesa. Oggi presentiamo un progetto importante che riguarda gli strumenti militari terrestri per i prossimi 30-40 anni. In questi tempi dividere la sicurezza in esterna e interna non ha più alcun senso, e questi strumenti dovranno avere la caratteristica di essere duali, così da poter venir utilizzati anche in ambiti civili”, ha aggiunto il neo-amministratore delegato Roberta Pinotti. Naturalmente, da portavoce dell’industria militare ha fatto bene a ricordare che è l’unica ancora funzionante in Italia. Tutte le altre sono state travolte dalla crisi, non le armi a cui i soldi non sono mai mancati. Anzi.

Un paio di osservazioni sui fatti e qualche nota di commento. I fatti. Moretti sostiene che l’Italia spende 4 miliardi per gli armamenti (e, aggiunge, Finmeccanica “opera in autofinanziamento per circa 1 miliardo”, naturalmente per pura e disinteressata generosità verso il “sistema Paese”). Qualcuno dica al Moretti che nel 2015 l’Italia spenderà, per sole armi, 6,507 miliardi di euro: 3,7 miliardi a carico del bilancio della Difesa e i restanti 2,8 a carico del ministero dello Sviluppo economico. Un pelino in più dei quattro da lui citati. Sarà l’emozione e la novità dell’incarico.

Un annetto fa tale Carlo Cottarelli, designato dal Governo a fare le pulci alle spese dello Stato (la chiamavano spending review che in inglese fa tanto più figo), disse in Parlamento che l’eccesso di spesa per la Difesa italiana, facendo il raffronto con il resto d’Europa e tenendo conto di svariati parametri, era di 3,2 miliardi di euro l’anno. Ma che avrebbe raccomandato un taglio minore: 2,5 miliardi. Naturalmente Cottarelli è scomparso dai radar e temo non si vedrà mai più, come l’aereo delle Malaysia Airlines inghiottito dal Pacifico. Ma insomma, non stiamo qui a fare i pelosetti. Abbiamo da cambiare il Paese, ce lo chiedono gli italiani, no?

La Pinotti auspica un vigoroso piano di spesa. Da dove vengano i soldi, non è ovviamente affar suo. Ai soldi ci penserà il ministro, se c’è. A lei basta che arrivino i soldi all’industria, che i torni girino al massimo e che le armi che si producono siano duali. Ah, magia delle parole. Un’arma duale non è più solo un’arma ma ha la stessa valenza di un pacco per la mensa dei poveri: sfama il corpo e acquieta lo spirito. Lo abbiamo già sentito, qualche mese fa. L’ammiraglio De Giorgi, con argomenti e piglio da imbonitore, ha venduto alle Camere 5,4 miliardi di navi da guerra e si appresta a piazzarne altrettanti. Il convegno di cui vi dicevo in apertura ha raccolto a Roma il fior fiore dell’industria e della Difesa per stilare un piano di investimenti per l’Esercito valido per i prossimi 30 anni. Un piano “duale” dice la Pinotti. Dopo le fregate missilistiche di De Giorgi per curare la cataratta dei bambini africani, verranno i fucili per mettere le supposte in sicurezza ai malati contagiosi negli ospedali. Aspettatevi come ricaduta corsi per infermieri-tiratori scelti. Nuovi posti di lavoro. Oppure graziosi missilini che, quando non destinati ai cattivi generalmente islamici, possono eventualmente sorvegliare i giardinetti pubblici e umanamente polverizzare i pedofili. Perfettamente duali, come vedete. Duale, direbbe Basilio a Bortolo, è un venticello che “va crescendo/prende forza a poco a poco,/vola già di loco in loco;….. /Alla fin trabocca e scoppia,/si propaga, si raddoppia/e produce un’esplosione/come un colpo di cannone,/che fa l’aria rimbombar”.

Detenzione di armi: tutto cambia. Ecco cosa fare

caccia_cacciatore_3_modGROSSETO – Chiunque detenga armi, pur senza essere in possesso di alcuna licenza di porto d0’armi, deve comunque presentare in Questura, ogni sei anni, la certificazione medica prevista dall’articolo 35 del Tulps. Cambiano, dal 5 maggio prossimo, le regole per la detenzione di armi. «La mancata presentazione del previsto certificato medico – fanno sapere dalla Questura – autorizza il Prefetto a vietare la detenzione delle armi denunciate».

Per ulteriori informazioni ci si può rivolgere alla Questura di Grosseto, divisione polizia amministrativa, presentandosi al front-office o telefonando nei giorni e negli orari consultabili sul sito www.poliziadistato.it.

Guerre per gioco e giochi di guerra: cosa serve alle democrazie per affrontare il terrorismo

War-games-VergaDi recente sono stato invitato a partecipare ad una raccolta di saggi, io li definisco modestamente punti di vista, per la pubblicazione quadrimestrale Il Nodo di Gordio. Il titolo del numero di dicembre era War Games: giochi di guerra. Mentre scrivevo la mia riflessione sullo scenario futuro dei droni, riflettevo sul concetto di gioco e di guerra.

E’ da poco passato l’evento di Parigi e differenti giornali, di solito di area nazionalista, inneggiano alla guerra dell’Islam contro l’Occidente. Nella pubblicazione cui ho partecipato si affronta, grazie al contributo di altri analisti, differenti scenari di impiego di risorse in ambito bellico. Tuttavia il tema forse più interessante scaturito dal convegno (organizzato per presentare la pubblicazione ai decision maker di esercito e governo), a cui ho preso parte, era la gestione stessa delle risorse e la loro flessibilità. La guerra a cui spesso si fa riferimento è quella simmetrica: due o più eserciti che si scontrano. Conflitti simili sono tuttavia sempre più rari (si potrebbe dire fortunatamente). Tra tutti i conflitti attualmente dichiarati e combattuti nel mondo solo alcuni implicano l’utilizzo di mezzi pesanti (a volte più come arma di deterrenza che di offesa). L’Ucraina è forse il conflitto al momento che vede impiegati armamenti sofisticati. Lo scontro in ‘Siriqistan’ (temporanea commistione di Siria e Iraq in salsa islamica) ha una certa intensità nell’uso di mezzi corazzati ma tuttavia il grosso del fronte, spesso liquido, si traduce in scontri tra fanterie meccanizzate (in pratica uomini con armi pesanti su fuoristrada).

Auspicabilmente scenari di confronto bellico futuro non vedranno l’impiego massiccio bilaterale di armamenti pesanti, quindi il concetto di guerra, e la definizione delle risorse da stanziare per ricerca, sviluppo, e produzione dovrebbe essere seriamente rivalutato. Invero lo stesso concetto di sfida bellica necessita una nuova visione. Può servire una Marina avanzata? Probabilmente sì, ma il suo utilizzo, come dimostrato negli ultimi tempi dalle immigrazioni clandestine, può essere uno strumento di supporto e deterrenza (se possibile).

Un approccio interessante ci viene offerto dalle forze armate americane dove ai mezzi convenzionali sempre più spesso fanno la loro presenza unità che coordinano nuove risorse: dai droni di ricognizione alle unità di contro terrorismo cibernetico.

Con quali sistemi una democrazia che ha un esercito simmetrico può affrontare la sfida del terrorismo? Frammentati in cellule sparse nelle maggiori città europee? Egualmente come affrontare le sfide siriane, quelle nigeriane o libiche?

Servono truppe sul campo. Ma ogni soldato schierato sul campo è un possibile bersaglio. Cosa ovvia se si va in guerra ma una democrazia sempre più spesso si trova poco incline a usare i “suoi ragazzi” per missioni dove si rischi la vita. Ecco quindi la crescita e la diffusione di sistemi atti a minimizzare la presenza di soldati umani sul campo. Avanzati sistemi di ricognizione, attività sempre più intense di intelligence e solo in ultima istanza la forza umana. In un mondo sempre più articolato, dove giovani operatori di pace si avventurano impreparati in un teatro di guerra, il concetto di gioco sembra sempre più manifesto. Ovviamente non parlo di un gioco divertente né innocuo. Il problema al più è comprendere quali siano le nuove regole del gioco e adattarsi. In tutto questo la scelta delle risorse da stanziare e impiegare diviene fondamentale per affrontare le nuove sfide. In tal senso la pubblicazione di War Games offre degli scenari e spunti di riflessione intriganti, specialmente per gli esperti del settore e i decisori.

Twitter: @enricoverga

Usa, bimbo di due anni spara per sbaglio alla madre e la uccide

Un bimbo di due anni ha sparato alla mamma e l’ha uccisa. E’ successo nella cittadina di Hayden, nello stato americano dell’Idaho, all’interno di un supermercato. Il bimbo si è avvicinato alla madre. Le ha sfilato la pistola dalla borsetta, senza che lei se ne accorgesse. Ha puntato e sparatao per sbaglio, uccidendola.

In base alle prime informazioni, mamma e figlio erano in un grande magazzino Wal Mart quando il piccolo ha afferrato, non si sa come, l’arma che era nella borsa della giovane e ha aperto il fuoco. Per la donna non c’è stato nulla da fare. Pare che la vittima avesse un porto d’armi regolare.

Oltre al figlio, la donna aveva con sé altri bambini, ma non è chiaro in quali rapporti siano. L’incidente è avvenuto nel reparto di elettronica del Wal Mart ed è stato ripreso da una telecamera a circuito chiuso che ha poi aiutato gli investigatori a ricostruire la dinamica. Il negozio è stato chiuso ed evacuato subito dopo la sparatoria. L’identità della donna non è stata resa nota.

Armi, Onu vieta commercio con Paesi che violano diritti umani: ma l’Italia tace

La vigilia di Natale è entrato in vigore il trattato delle Nazioni Unite sul commercio internazionale di armi che vieta ogni esportazione bellica, di armi sia pesanti che leggere, verso Paesi che potrebbero usarle in violazione dei diritti umani. Un trattato “storico” che porta “responsabilità, controllo e trasparenza” nel mercato degli armamenti, come ha dichiarato nei giorni scorsi il Segretario Generlae delle Nazioni Unite Ban Ki-moon.

Dalla Farnesina nemmeno una nota su questo storico risultato diplomatico. Un silenzio quasi imbarazzato. Forse perché per l’Italia, che pure ha un’ottima legislazione nazionale in materia fin dal 1990 (la legge 185), la applica in maniera piuttosto allegra. Il nostro Paese, infatti, esporta regolarmente armamenti – in particolare armi leggere – verso nazioni in guerra o note per i loro pessimi record in tema di diritti umani. Con il silenzio-assenso di un Parlamento che ormai da sei anni – come denuncia da tempo Rete Disarmo – non adempie al suo compito di esaminare le relazioni governative annuali sulle export militare.

Le più recenti relazioni, compresa l’ultima relativa al 2013, riportano autorizzazioni governative a esportazioni belliche difficilmente compatibili sia con la legge 185/90 che con il nuovo trattato internazionale. L’elenco dei destinatari dell’export bellico italiano comprende Paesi le cui forze di sicurezza governative, spesso impegnate in conflitti armati interni o internazionali, sono regolarmente accusate di sistematiche violazioni dei diritti umani dai principali organismi internazionali di monitoraggio, da Human Rights Watch ad Amnesty International, da Freedom House fino al Dipartimento di Stato americano

La ‘lista nera’ comprende Arabia Saudita (principale acquirente di armi italiane con quasi 300 milioni di export autorizzato nel 2013), Brasile (56 milioni), Pakistan (28), Indonesia (27), Filippine (23), Egitto (17), Messico (14), Zambia (13), Mauritania (12), India (12), Iraq (12), Turchia (11), Venezuela (8), Colombia (6), Qatar (5), Azerbaigian (3), Israele (2), Sudafrica (2), Thailandia (2), Bangladesh (1), Cina (1), Nigeria (0,7), Guatemala (0,5), Niger (0,5), Senegal (0,2).

“Se è stato un merito dell’intero Parlamento italiano aver promosso in tempi brevi e unanimemente la ratifica di questo trattato internazionale – commenta Giorgio Beretta, analista della Rete Italiana per il Disarmo – va però evidenziato che dal 2008 le nostre Camere non stanno esaminando le Relazioni governative sulle esportazioni di sistemi militari italiani, venendo meno al fondamentale compito di controllo dell’attività dell’esecutivo in una materia che ha rilevanti implicazioni sulla politica estera e di difesa del nostro paese. La nostra Rete rinnova pertanto la richiesta alle competenti commissioni parlamentare di riprendere l’esame delle relazioni governative e di dedicare la dovuta attenzione a tutta la materia delle esportazioni militari italiane aprendo il confronto con le sue associazioni e centri di ricerca che da anni pubblicano puntuali e dettagliate analisi”.

“Non va dimenticato – aggiunge Piergiulio Biatta, presidente dell’Osservatorio sulle Armi Leggere (Opal) di Brescia – che l’Italia è il principale esportatore mondiale di armi leggere che, come ha evidenziato il precedente segretario dell’Onu Kofi Annan, sono le vere armi di distruzione di massa del nostro tempo. L’entrata in vigore del Trattato internazionale deve perciò diventare l’occasione anche per il nostro Paese di definire strumenti di maggior controllo e trasparenza sulle esportazioni di queste armi: sono infatti molte le armi esportate anche dalla provincia di Brescia verso le zone di conflitto e a corpi di polizia e di pubblica sicurezza di governi autoritari e le cui violazioni dei diritti umani e civili sono tristemente note ed accertate”.

New York, strangolò afroamericano: gran giurì non incrimina poliziotto

A New York si rischia una nuova Ferguson. Il gran giurì ha deciso di non incriminare il poliziotto della Grande Mela, Daniel Pantaleo, che il 17 luglio scorso, a Staten Island, ha afferrato per il collo l’afroamericano Eric Garner, soffocandolo e uccidendolo. Sulla decisione interviene anche il presidente Barack Obama: “In questo Paese fino a quando non tutti saranno trattati in maniera uguale davanti alla legge sarà un problema. E il mio compito come presidente è di risolvere questo problema”.

L’America è sconvolta per l’ennesima decisione dell’istituto di non rimandare a giudizio un agente che ha ucciso un uomo disarmato. Garner, si vede nel video che sta impazzando nei media statunitensi, è stato bloccato, dopo una discussione con i poliziotti, con una presa chiamata “chokehold“, da tempo bandita dalla polizia. Quando Pantaleo gli è saltato addosso e lo ha iniziato a stringere per la gola, si sente la voce del 43enne, un venditore ambulante di sigarette di contrabbando, che dice di non riuscire a respirare. Inutile la corsa in ospedale dove l’uomo è morto poco dopo. La scelta del gran giurì ha messo in allerta le forze dell’ordine locali: numerose le transenne posizionate intorno al palazzo della Corte che, in serata, ufficializzerà la decisione e molti negozianti della zona hanno preferito abbassare le saracinesche e chiudere le loro attività per paura di danni a negozi o vetrine.

Le comunità afroamericane, e non solo, di molte città statunitensi sono scese in piazza nelle ultime settimane, anche durante il Black Friday, proprio per protestare contro la decisione del gran giurì di non incriminare Darren Wilson, l’agente che il 9 agosto scorso ha sparato, uccidendolo, a Michael Brown, un diciottenne afroamericano che era disarmato. Secondo l’istituto, non vi erano prove a sufficienza per rimandare a processo l’ex agente che, il 30 novembre, ha annunciato il suo addio alla polizia per non mettere a rischio la sua incolumità e quella dei suoi colleghi.

La tensione era nuovamente salita il 24 novembre, quando un altro poliziotto, a Cleveland, ha sparato a Tamir Rice, un 12enne afroamericano che stava maneggiando una pistola giocattolo all’interno di un parco. L’agente, quando il ragazzino ha tentato di estrarre l’arma finta davanti a lui, ha sparato, uccidendo il giovane. Anche in quel caso, le proteste della comunità locale esplosero contro le forze dell’ordine, accusate di sparare a vista contro qualsiasi sospetto dalla pelle nera, anche un bambino.

Spaccio internazionale Torino, arrestate 22 persone

Carabinieri-300x220I Carabinieri di Torino e Agrigento stanno eseguendo un’ordinanza di arresto nei confronti di 22 persone, accusate di traffico internazionale di sostanze stupefacenti e detenzione illegale di armi.

 

Facevano viaggiare le auto con la droga nascosta in doppifondi, spedendole dalla Sicilia su bisarche che trasportavano macchine usate destinate a rivenditori piemontesi.

 

Gli arrestati, residenti in provincia di Agrigento, Palermo e Torino, avrebbero importato dall’Albania in Italia, destinazione Sicilia e Piemonte, ingenti quantitativi di hashish, marijuana, eroina e cocaina.

 

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