Archivio della categoria: armi

Usa, Obama aggira il Congresso con le misure ‘soft’ sul controllo delle armi. E il successore dovrà tenerne conto

“Chiunque venda armi dovrà effettuare i controlli sull’idoneità degli acquirenti, sia che venda su Internet o che venda nelle fiere”. Così Barack Obama, dalla East Room della Casa Bianca, circondato dalle vittime di passati episodi di violenza, ha sintetizzato le sue proposte per allargare i controlli sulla vendita delle armi. Il presidente ha parlato delle 30mila vittime di armi da fuoco, ogni anno, per le strade d’America. “Siamo l’unico paese al mondo in cui le stragi avvengono con questa frequenza”, ha detto, spiegando di non essere “contro il Secondo Emendamento” ma di voler solo “salvare delle vite”. Ricordando i bambini uccisi nella strage della Sandy Hook Elementary School e in altri massacri di massa, Obama si è commosso. Se amiamo i nostri bambini e ci importa del loro futuro, possiamo tagliare tutto il  dibattito e fare la cosa giusta per il Paese“, ha detto.

Le misure proposte dal titolare della Casa Bianca prevedono background checks ogni volta che viene venduta un’arma; sinora i rivenditori alle fiere di settore e quelli via Internet avevano invece potuto aggirarli. Previsti anche rafforzamento delle strutture federali di controllo (con duecento nuovi agenti al “Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives”), fondi per la ricerca e procedure più lineari ed efficienti nel passaggio di informazioni sugli acquirenti. Tra le misure, c’è anche il trasferimento dei dati delle persone giudicate “con problemi di salute mentale” dagli archivi del Social Security a quelli dell’FBI, per poter condurre eventuali controlli sull’acquisto delle armi (una proposta particolarmente avversata dai repubblicani, che gridano alla violazione della privacy).

Obama ha scelto di agire facendo ricorso alla sua autorità esecutiva, non passando dunque dal Congresso a maggioranza repubblicana che in questi anni ha avversato ogni sforzo volto al gun control. Come sottolineato da molti osservatori, si tratta di provvedimenti molto più prudenti rispetto a quelli che lo stesso presidente cercò di fare approvare dal Congresso nel 2013. Sicuramente più prudenti rispetto alle proposte con cui, alcune settimane fa, Michael Bloomberg, ex-sindaco di New York e co-fondatore di “Everytown for Gun Safety”, si è presentato alla Casa Bianca.

Bloomberg e i suoi hanno chiesto al presidente una legge che permetta di arrestare chiunque menta sui suoi background checks, oltre a confiscare le armi di chi è stato condannato per attività criminali o violenza domestica. Ciò che appare piuttosto rivoluzionario, se si pensa che oggi una persona che si trova sulla no-fly list, la lista di chi non può viaggiare perché sospettato di terrorismo, può tranquillamente recarsi in un negozio e acquistare un’arma (diritto che è stato orgogliosamente riaffermato da deputati e senatori repubblicani in un voto nelle ore immediatamente successive al massacro di San Bernardino).

Nonostante le richieste di Obama non abbiano nulla di rivoluzionario, proprio la destra ha già preannunciato prossime azioni legali per bloccare l’ordine esecutivo del presidente. Come già avvenuto, in occasione dell’Obamacare e delle proposte di legalizzazione per cinque milioni di immigrati, il G.O.P. sceglie la strada delle corti e di giudici simpatetici con l’ideologia conservatrice per svuotare l’azione della Casa Bianca. Le prime reazioni da destra non lasciano presagire niente di buono. Lo speaker della Camera, Paul Ryan, ha detto che “mentre non abbiamo ancora i dettagli del piano, il presidente sta quanto meno sovvertendo il processo legislativo”. Durissimo anche il candidato repubblicano alla presidenza, Donald Trump, secondo cui, a questo punto, sarà “impossibile per un americano procurarsi un’arma”.

La durezza della reazione repubblicana è del resto resa possibile da una cultura condivisa, favorevole alle armi e a un’interpretazione estensiva del Secondo Emendamento, che almeno a partire dagli anni Settanta si è sviluppata, parallelamente alla “rivoluzione conservatrice” incarnata da Ronald Reagan. Se, per decenni, l’interpretazione del Secondo Emendamento, supportata da diverse sentenze della Corte Suprema, è stata quella secondo cui Stati e governo federale avevano l’autorità di limitare il diritto di portare un’arma, con gli anni Settanta si afferma l’interpretazione opposta: quella di un diritto illimitato, dei singoli, di possedere pistole o fucili.

Sostenuta dall’azione della National Rifle Association, la lobby delle armi che ha pompato milioni di dollari nel processo legislativo, la “cultura delle armi” è cresciuta, sino essere fa diventare “senso comune” per milioni di americani, soprattutto negli Stati del Sud e dell’Ovest. E’ questa cultura che ha consentito ai repubblicani di opporsi, e alla fine trionfare, di fronte a ogni tentativo di riforma. E’ questa cultura che ha prodotto fatti apparentemente inspiegabili, o folli, come la recente crescita di acquisti di armi dopo la strage di San Bernardino e il diffondersi della voce che Obama stava per far passare una riforma restrittiva (più 23 per cento di armi vendute in novembre). E non va dimenticato che, proprio mentre Obama parlava dalla Casa Bianca, dall’altra parte d’America, in Oregon, una milizia della destra radicale, guidata da un rancher, Ammon Bundy, occupa da giorni gli spazi di una riserva del governo federale. Brandendo Bibbia e Costituzione, gli uomini di Bundy proclamano il diritto di ogni americano alla “terra” e, ovviamente, a portare liberamente un’arma per difendersi dagli abusi del governo federale.

Di fronte allo stato delle cose, le proposte di Obama possono sì apparire modeste. Di fronte ai milioni di pistole, fucili, armi pesanti che girano per l’America, la scelta di allargare i background checks alle vendite on line può sembrare un semplice palliativo. Di fronte ai 30mila americani ammazzati ogni anno per le strade americane, gli “ordini esecutivi” di un presidente in uscita dalla Casa Bianca possono persino sembrare ridicoli. Eppure, nell’America 2016, la scelta di allargare i controlli, di proibire a gente con un passato di problemi mentali di possedere un’arma, è un primo passo. Ed è un passo importante. La prevedibile battaglia legale che si scatenerà durante gli ultimi mesi di campagna elettorale sarà sostenuta da questo presidente e, nel caso di vittoria, diventerà eredità per il prossimo presidente; sia esso democratico o repubblicano, questi non potrà presumibilmente tornare indietro (proprio come avvenuto per la riforma sanitaria). I mesi di campagna elettorale per le presidenziali verranno poi, con ogni probabilità, occupati anche dal tema delle armi, suscitando domande, dibattito, tentativi di soluzione. Sollecitando quindi nuovi approcci e visioni.

Non è “la migliore delle riforme possibili”, quella di Obama, proprio perché non passa dal Congresso ed è molto prudente. Ma, come dice la “Brady Campaign to Prevent Gun Violence”, è comunque un passo storico, perché per la prima volta da decenni si va nel senso di una restrizione, e non di un allargamento, del diritto di portare un’arma. Charlton Heston, l’attore diventato presidente della “National Rifle Association”, disse un giorno che il suo fucile avrebbero dovuto portarglielo via “dalle mie mani fredde e morte”. Oggi si è almeno cercato, dopo anni, di levare il fucile dalle mani di alcuni.

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Presunti rapinatori di banche arrestati Milano, giovanissimi bloccati a Quarto Oggiaro

CarabinieriDue giovanissimi sono stati bloccati a Quarto Oggiaro dai Carabinieri del Comando Provinciale, sospettati di essere coinvolti in numerosi colpi a danni di banche, ed entrambi con precedenti di giustizia nonostante la giovane età.
Secondo quanto spiegato dai militari, protagonisti della vicenda sono un 24enne e un 25enne.
Una volta perquisiti, i giovani sono risultati in possesso di una chiave relativa ad un box a Baranzate di Bollate dove, sopraggiunti i Carabinieri, sono stati rinvenuti:
– due pistole calibro 9 con matricola abrasa,
– un fucile calibro 12 modificato,
– un giubbotto antiproiettile,
– due caschi integrali,
– 41 mila euro in contanti,
– circa 500 grammi di marijuana
– quasi 900 grammi di cocaina.
Secondo i Carabinieri, i ragazzi avrebbero preso parte ad una rapina ai danni di una banca di Cornaredo, ma ipotizzano siano stati coinvolti anche in altri colpi. Inoltre, gli Inquirenti sospettano anche che i due stessero compiendo sopralluoghi per assaltare ulteriori istituti.
Le indagini rimangono aperte.

Cronaca Milano
Presunti rapinatori di banche arrestati Milano, giovanissimi bloccati a Quarto Oggiaro

Strage in California, la cartolina di Buon Natale della deputata del Nevada: foto con tutta la famiglia armata

Dopo la strage di San Bernardino, in California, gli Stati Uniti si interrogano ancora una volta sulla libertà di acquistare armi entro i confini nazionali. Troppa, secondo Obama. Ma a essere entusiasta della loro diffusione sul territorio Usa è Michele Fiore, deputata repubblicana del Nevada, che per augurare Buon Natale ha scelto di postare su Facebook l’immagine della sua famiglia. Sono tutti vestiti di rosso e armati con pistole, fucili e armi d’assalto: il marito, la madre e le due figlie, Sheena e Savanah.

Nella foto anche i nipotini, Jake, Jayden, Mara e Morrigan, ma l’unico a tenere in mano un’arma è Jake, 5 anni, probabilmente perché gli altri sono ancora piccoli. “Tocca agli americani proteggere l’America – scrive -. Siamo solo una semplice famiglia americana. Con amore e libertà, Michele“.

It’s up to Americans to protect America. We’re just your ordinary American family.-With love & liberty, Michele

Posted by Michele Fiore on Monday, November 30, 2015

Fiore è nota in America per la sua campagna a difesa delle armi e la sua pagina Facebook è piena di sue immagini mentre posa con pistole (fotogallery). Lo scorso anno, il suo nome balzò sulle cronache per i commenti durante una situazione di stallo tra un allevatore armato del Nevada e l’Fbi. “Non venite qui armati aspettandovi che il popolo americano non risponda al fuoco”, disse all’epoca.

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In edicola sul Fatto del 24 novembre. Esclusiva: munizioni fallate, sei milioni di proiettili da buttare

ESCLUSIVA – MUNIZIONI FALLATE, SEI MILIONI DI PROIETTILI DA BUTTARE

La notizia in due circolari del mese scorso. Il Viminale si appella alla responsabilità del personale. Non c’è pace per i poliziotti, già sotto stress per i falsi allarmi e i reali timori per il terrorismo col Giubileo alle porte. Di Silvia D’Onghia

CAMPO DALL’ORBO – L’Editoriale di Marco Travaglio

Chi vede la Rai infilare un flop via l’altro, chi si domanda perché usa i nostri soldi per comprare format demenziali da privati italiani e stranieri, chi trova un po’ di servizio pubblico su La7 e Mentana – insomma, chi paga il canone e non ne vede il motivo, ha finalmente di che rincuorarsi e rallegrarsi.

BRUXELLES CAPITALE DELLA PAURA: A PARIGI TRACCE KAMIKAZE

Coprifuoco prolungato anche oggi: tutto chiuso. Nuovi blitz e arresti, ma gran parte dei fermati domenica sono già stati rilasciati. Di Stefano Citati

JIHADISTI, LE ISTRUZIONI IN DIRETTA SU TWITTER

“L’Isis. Un mucchio di assassini con una certa abilità nel maneggiare i social media”. Cit. Barack Obama. Nulla di più vero. Di Antonio Massari

SALAH, TROPPO INAFFERRABILE PER ESSERE JIHADISTA VERO

La primula dell’Islam in questi ultimi 10 giorni è stato avvistato ovunque. Ma sfugge sempre. Di Leonardo Coen

LA CHAOUQUI E LA CONSULENZA PER IL PAPA DI SORRENTINO

La serie tv. La pierre era riuscita a ottenere un contratto con la casa di produzione Wildside, subito risolto, per l’atteso “The Young Pope” con Jude Law. Di Malcom Pagani

L’OSSESSIONE DELLA GUERRA IN CASA: “MAMMA, ORA È PEGGIO DI CHARLIE”

Parigi: mentre dei giovani maghrebini brindano alla strage, cresce la rabbia dei ragazzi francesi. Di Florence Noiville, giornalista e scrittrice di Le Monde

L’EUROPA SI AFFIDA AGLI ALLEATI RIBUTTANTI

Putin bombarda i turkmeni, mentre gli iraniani e i sauditi censurano e decapitano. Com’è che, da quando l’Isis è diventato il nemico pubblico comune, quelli che l’Occidente vedeva come Paesi cattivi, ora sono buoni? Di Giampiero Gramaglia

“SALVINI MI INSULTA PERCHÈ AMO UN PROFUGO NEL MIO HOTEL”

Sondrio: nell’albergo gestito da Silvia arrivano molti rifugiati. Tra questi Khalil, arrivato dalla Libia. Ora aspettano una bambina. Di Selvaggia Lucarelli

IL COMMENTO: COME SPIEGARLO AI NOSTRI FIGLI

Dopo i fatti di Parigi la mailing list dei magistrati si è molto animata. E alla fine è stato chiesto: tu come lo spiegheresti a tua figlia? Ecco le risposte. Ad esempio: “avere paura della vita è un’idiozia: bisogna vivere bene finché ci sarà dato di poterlo fare”. Di Bruno Tinti

“2084”, STAVOLTA ORWELL SARÀ ISLAMICO

Profetico. Lo scrittore algerino Boualem Sansal immagina un impero fondato sul pensiero unico integralista. E ipotizza che entro cinquant’anni il totalitarismo islamico sarà “plausibile”. Di Leonardo Coen

EFFETTO DI MAIO: CINQUE STELLE CRESCE E SFONDA AL SUD

L’analisi. Grillo non è più in prima linea, presto sparirà dal simbolo. E per il Movimento, dicono i sondaggi, non è una cattiva notizia.
Di Salvatore Borghese e Andrea Piazza (You Trend)

DE CARO, “GUERRA NUCLEARE” PER PROTEGGERE LA FIDANZATA

Le pressioni dell’onorevole Dem, il sottosegretario intercettato, non indagato, nella battaglia alla Asl di Benevento. Di Marco Lillo

IL COMMENTO: E ORA I CATTOLICI SI DISSOCINO DALL’IRA

L’irriducibile Matteo Salvini, i trogloditi del web, ma anche i progrediti illuminati: tutti chiedono agli islamici di dare prova di essere moderati. Vogliamo che si assumano parte della colpa, senza capire che tutte le religioni sono tutte uguali: è il fondamentalismo che ha tante facce e non è detto che imbracci sempre un fucile. Di Daniela Ranieri

LA CANTATA (STONATA) DEGLI ZAPPATORI DI RENZI

Il mare del ridicolo bagna la Napoli del Pd renziano. Che ormai ha raggiunto i toni della commedia, a metà strada tra un film di Mario Merola e la Cantata dei Pastori nel presepe di Napule. Di Fabrizio d’Esposito

NAPOLI-INTER È DA VERTIGINI. MA I FENOMENI SONO I MISTER
Singoli e tattiche. Il destino di una squadra è nelle mani dei fuoriclasse o di chi li manda in campo? Ognuno ha la sua fede. La partita di domenica darà una risposta. Di Roberto Beccantini

MACRI, ESORDIO CON STOCCATA AL “CUGINO” MADURO

Il neo presidente invoca l’unità nazionale e in America Latina attacca il “chavismo” del Venezuela: “È contro la democrazia”. Di Guido Gazzoli

LIBERI LIBRI, QUELLI CHE “BYE BYE MONDAZZOLI”

Elisabetta Sgarbi lascia Bompiani (passata sotto la Mondadori con il gruppo Rizzoli) e fonda “La nave di Teseo”: con lei Eco, Colombo, Veronesi, Nesi e Perroni. Di Silvia Truzzi

BULGAKOV IL “SATANISTA” AVRA IL SUO MONUMENTO

L’autore de “Il Maestro e Margherita” per anni considerato simbolo del diavolo. Ora, dopo la piazza, Mosca vole la statua. Di Antonio Biscotto

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Bruxelles blindata, operazioni di polizia in corso in tutta la regione. Premier: “Situazione estremamente seria”

Bruxelles, operazione forze di sicurezza alla Grand Place Bruxelles, operazione forze di sicurezza alla Grand Place Bruxelles, operazione forze di sicurezza alla Grand Place Bruxelles, operazione forze di sicurezza alla Grand Place Bruxelles, operazione forze di sicurezza alla Grand Place bruxelles1 Belgio, aumentati i controlli a Bruxelles Belgio, aumentati i controlli a Bruxelles Belgio, aumentati i controlli a Bruxelles Belgio, aumentati i controlli a Bruxelles Belgio, aumentati i controlli a Bruxelles Belgio, aumentati i controlli a Bruxelles Belgio, aumentati i controlli a Bruxelles Belgio, aumentati i controlli a Bruxelles Continua l'allerta massima a Bruxelles per allarme attentati Continua l'allerta massima a Bruxelles per allarme attentati Continua l'allerta massima a Bruxelles per allarme attentati Continua l'allerta massima a Bruxelles per allarme attentati Continua l'allerta massima a Bruxelles per allarme attentati Continua l'allerta massima a Bruxelles per allarme attentati Continua l'allerta massima a Bruxelles per allarme attentati Continua l'allerta massima a Bruxelles per allarme attentati Continua l'allerta massima a Bruxelles per allarme attentati Continua l'allerta massima a Bruxelles per allarme attentati Continua l'allerta massima a Bruxelles per allarme attentati Continua l'allerta massima a Bruxelles per allarme attentati Continua l'allerta massima a Bruxelles per allarme attentati Continua l'allerta massima a Bruxelles per allarme attentati Continua l'allerta massima a Bruxelles per allarme attentati Continua l'allerta massima a Bruxelles per allarme attentati

Strade deserte, con l’eccezione di militari e mezzi blindati. Chiusi i negozi del centro, i cinema, i teatri e molti ristoranti. Da due giorni è questa l’immagine di Bruxelles, dove l’allerta massima è stata prolungata anche a lunedì: scuole e metro resteranno chiuse. Perché sulla capitale aleggia sempre lo spettro di una minaccia simile a quella che ha colpito Parigi. Le forze dell’ordine stanno dando la caccia a una decina di terroristi oltre che a Salah Abdeslam. E intorno alle 19 e 30 sono scattate diverse operazioni di polizia in tutto il territorio della regione di Bruxelles, tra cui alla Grand Place e nel quartiere di Etterbeek e a Charleroi. Un gran numero di elicotteri ha sorvolato tre zone attorno al centro storico, nei quartieri di Laeken e Wemmel a nord e a Molenbeek. Il premier Charles Michel definisce la situazione “estremamente seria”.  Il procuratore federale ha annunciato che terrà una conferenza stampa al termine delle operazioni in corso.

Operazione di polizia: circondato hotel Radisson Blu
Nel cuore della capitale, l’hotel Radisson Blu, catena già colpita in Mali, è stato circondato dai militari che sono entrati nella hall e hanno chiesto agli ospiti dell’albergo del centro di non uscire. Ai residenti della Grand Place è stato chiesto di non avvicinarsi alle finestre e di restare in casa. Le forze dell’ordine hanno istituito un perimetro di sicurezza tra rue du Midi e la piazza, all’interno del quale c’è uno dei commissariati principali della città. Secondo la Bbc, l’operazione sarebbe scattata proprio in seguito a minacce dirette contro stazioni di polizia. I vertici delle forze dell’ordine hanno chiesto ai media di non comunicare informazioni sui luoghi dove si stanno svolgendo le operazioni, e i principali media belgi hanno comunicato che rispetteranno la richiesta. Stesso invito anche per gli utenti dei social network.

Polizia in azione anche a Dampremy
Una “importante operazione di polizia” è in corso anche a Dampremy, sobborgo occidentale di Charleroi. Lo ha constatato sul posto l’agenzia Belga, che riferisce di un “importante dispositivo di polizia, compresa la polizia federale che ha steso un grande perimetro di sicurezza attorno a rue Arthur Decoux.

Città ancora blindata, allerta prolungata a lunedì: metro e scuole chiuse
Intanto per tutta la giornata la metropolitana è stata ferma. La città, che sabato mattina si è svegliata sotto “allerta 4″ e con lo spettro di una “minaccia grave e imminente simile a quella che ha colpito Parigi”, è rimasta blindata anche oggi. A causa di un’auto sospetta la polizia ha fatto evacuare è la sede della tv privata fiamminga Vtm, a Vilvoorde a pochi chilometri dalla capitale; allarme poi rientrato dopo il controllo degli artificieri. Evacuata anche la stazione di Malines, cittadina a metà tra la stessa Bruxelles e Anversa. La tensione rimane dunque altissima. E l’allerta del weekend proseguirà anche a inizio settimana: lunedì la metro resterà chiusa e le scuole non riapriranno. Lo ha deciso il Consiglio nazionale di sicurezza in cui erano presenti il premier Charles Michel, i principali ministri, l’antiterrorismo e i servizi segreti. “Cerchiamo di tornare alla normalità il prima possibile ma per ora livello di allerta resta a 4 – ha dichiarato il premier – La minaccia resta seria e imminente”. Una nuova valutazione della minaccia terrorista verrà fatta lunedì pomeriggio. Non si sono verificate quindi le previsioni del ministro della Giustizia Koen Geens  che prima del vertice si era mostrato ottimista: “Se tutto va bene i trasporti ripartiranno. Non paralizzeremo economicamente Bruxelles”. Tutti gli appuntamenti di domani nelle istituzioni europee, compreso l’Eurogruppo, sono stati confermati.

Caccia a Salah e a un gruppo di terroristi
In mattinata il suo collega degli Interni e vicepremier Jan Jambon, in un’intervista a VRT, ha spiegato: “Cerchiamo molteplici sospetti, è per questo che abbiamo messo in campo una simile concentrazione di forze. Seguiamo la situazione minuto per minuto, non ha senso nasconderlo, c’è una minaccia reale, ma facciamo di tutto per fronteggiarla”. Secondo France Info, sono almeno una decina gli uomini ricercati, pronti ad attacchi in simultanea – come a Parigi – in diversi luoghi della città e delle periferie. Tra loro probabilmente anche Salah Abdeslam, l’uomo più ricercato d’Europa: il presunto ottavo membro del commando autore delle stragi del 13 novembre. Anche se, sempre stando a quanto riporta France Info, “è sempre meno certo che sia legato alla minaccia che incombe su Bruxelles”.

Fratello di Salah: “Spero si arrenda”
La speranza del fratello Mohamed è che sia arrenda: “Come famiglia preferiamo vederlo in prigione che in un cimitero – ha affermato in un’intervista alla tv belga Rtbf Une – Non ha cercato di contattarci ma sono convinto che abbia avuto un ripensamento. E’ una persona molto intelligente, che ha fatto un passo indietro perché ha sentito qualcosa, ha sentito che non era quello che voleva. Sia lui che l’altro mio fratello Ibrahim non sono radicali sono stati manipolati“. Al momento, il 26enne belga di origine marocchina sarebbe ancora nascosto in città nella speranza di riuscire a fuggire in Siria. Giovedì scorso nella capitale belga è stato arrestato tra gli altri un uomo di 39 anni identificato ora come A. Lazez, che gli avrebbe fornito supporto logistico dopo gli attacchi.

Perquisizioni a tappeto a Molenbeek
Le forze dell’ordine continuano a controllare le auto in circolazione e ad effettuare perquisizioni a tappeto, come chiesto dallo stesso Jambon che ha parlato di “ispezioni casa per casa” nel quartiere di Molenbeek, ormai tristemente noto come una delle culle del jihadismo europeo. E’ “inaccettabile che non sappiamo chi ci sia sul territorio di Molenbeek, in molte case sono ufficialmente residenti in due ma ci abitano in dieci”, ha detto Jambon.  Ieri, durante la perquisizione della casa di una terza persona accusata in relazione agli attacchi di Parigi, la polizia ha trovato armiesplosivi e cinture.

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Siria, Obama: “Putin sta con Iran e Assad, resto del mondo è in coalizione con noi”

“La coalizione di Putin è con Iran e Assad, il resto del mondo è in coalizione con noi”. Così il presidente degli Stati Uniti Barack Obama in un discorso nel terzo giorno consecutivo di raid aerei di Mosca in Siria. “Il regime di Assad”, il dittatore siriano, “cadrà”, ha ribadito Obama. “Il motivo per cui è ancora al potere è perché la Russia e l’Iran sono stati disposti a sostenerlo”. Quanto alla decisione del presidente russo di intervenire in suo sostegno, l’intervento “è un segno di debolezza e non di forza perché il suo cliente, Assad, vacilla e quindi inviare denaro e armi non è più sufficiente”, ha attaccato l’inquilino della Casa Bianca. Che ha definito “una ricetta per il disastro” quella di Putin, con cui pure a margine dell’assemblea generale dell’Onu ha avuto un colloquio a porte chiuse durante il quale, ha detto, “abbiamo parlato della necessità di una transizione politica in Siria”.

“Noi non cooperiamo con una campagna che mira a distruggere chi ne ha abbastanza del regime di Assad”, ha aggiunto Obama. “Vogliamo tenere aperte le porte della comunicazione con i russi, ma non si può lavorare insieme se non si riconosce che in Siria il governo deve cambiare. Noi continueremo a sostenere le forze di opposizione moderate che abbiamo addestrato in Siria, respingiamo l’idea della Russia che tutti quelli che sono contro Assad sono terroristi“. “Questa non è una guerra tra Usa e Russia”, ha però tenuto a puntualizzare. “Non è una partita a scacchi tra superpotenze” e chi la vede così sbaglia.

A poche ore dall’ennesima strage in un college, il presidente Usa è poi tornato sulla necessità di rivedere le leggi sul possesso di armi. “Noi non siamo più violenti delle altre nazioni avanzate”, ha detto Obama, “non sono gli impulsi che sono diversi, se non l’accesso alle armi”. Ma “nulla cambierà fino a che non cambia l’atteggiamento della politica. Perché il non agire è frutto di una decisione politica”, ha sottolineato riferendosi a chi in Congresso ha sempre bloccato la stretta sulle armi da fuoco. “Se non cambiamo quelle dinamiche politiche legate alle lobby, noi non cambiamo. In tutta onestà – ha aggiunto – la questione riguarda sì in particolare i repubblicani, ma non unicamente”.

Obama ha poi parlato del rischio “shutdown”: il 5 novembre il governo americano esaurirà le misure straordinarie fino ad ora utilizzate per evitare di sforare il tetto oltre il quale per legge non può più aumentare il debito. Ora è la volta di alzare il tetto del debito, che “non ci consente di spendere di più, ma di pagare le spese già contratte”, ha avvertito. Non farlo significherebbe causare problemi all’economia.

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Usa, sparatoria in college in Oregon: “13 morti, 20 feriti. Ucciso l’aggressore”

E’ andato dritto verso una classe e ha iniziato a sparare uccidendo 13 persone e ferendone almeno 20. La sparatoria è avvenuta alle 10.38 (ora locale) in un’aula dell’Umpqua Community College di Roseburg negli Stati Uniti. Un uomo sui 20 anni, che ancora non è stato identificato, è morto poco dopo nello scontro a fuoco con la polizia. Secondo le prime ricostruzioni, il killer nelle scorse ore avrebbe annunciato la sua azione sul social network “4chan“: “Non andate a scuola domani se abitate nel nord-ovest del Paese. Non posso dirvi di più”, si legge nel messaggio su cui le forze dell’ordine stanno indagando. Sotto il testo compaiono una serie di commenti di utenti anonimi con suggerimenti perché la sparatoria fosse più “efficace”. Lo sceriffo John Hanlin ha confermato il decesso del killer ma non il numero dei morti “perché ancora non si hanno conferme definitive e preferisco non esprimermi”. Secondo alcune testimonianze, lo sparatore avrebbe chiesto alle persone informazioni sulla loro religione, ma non è ancora chiaro quale rappresentasse, per lui, un possibile obiettivo.

Le armi entrano così ancora una volta nei college americani, quelle gun-free zones previste dalla legge all’interno delle quali è severamente vietato introdurle. E questa volta è l’Oregon a diventare teatro dell’ennesima strage in una scuola. La Casa Bianca è intervenuta nuovamente sulla necessità di approvare leggi più severe che, secondo quanto riferito dal portavoce Josh Earnest, restano una priorità del presidente Barack Obama. “La questione di passare leggi che possano proteggere le nostre comunità dalla violenza delle armi continua ad essere una priorità per questa amministrazione“, ha detto il portavoce, aggiungendo che la “grande maggioranza degli americani” sostiene leggi più severe sulle armi. Allo stesso tempo, ha aggiunto Earnestil presidente è “realista” nell’avere poche speranze che il Congresso decida di agire ed “è stato molto esplicito nel dire che questo è fonte di frustrazione per lui”.

L’attacco – Intorno alle 10.38 ora locale (19.40 in Italia) la polizia ha ricevuto la prima chiamata al 911 una chiamata che avvertiva della sparatoria. Sul posto sono poi arrivate 75 ambulanze e anche l’Fbi è stata allertata. Tra i primi a dare notizia di quanto stava avvenendo c’è stato John Blackwood, insegnante, che ha twittato avvertendo di di non avvicinarsi all’istituto, frequentato da 3300 studenti full time e 16mila part-time.

La polizia e le altre autorità locali stanno avvisando, attraverso i social network, gli abitanti della zona circostante il college, che è stato completamente isolato, di rimanere lontani nel timore che vi possano essere altri aggressori oltre alla persona che è stata fermata. Nel campus, che è frequentato ogni giorno da 3mila studenti, tra i quali molti adulti che seguono corsi di due anni di riqualificazione professionale, sono in tutto 16 gli edifici. Secondo quanto riportano i siti americani, la polizia non sta lasciando nessuno uscire senza essere controllato. Ed anche tutte le auto degli studenti dovranno essere perquisite.

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Migranti, chi ha ucciso il piccolo Aylan?

Ho sempre rigettato le etichette che in più occasioni mi son state tentate di affibbiare. Credo che l’intento di coloro che subito tentano di inquadrarti in un mestiere, in uno schieramento politico, in una religione, in una tendenza sessuale o in un’area geografica nasca da un’insicurezza di fondo. Ma non solo insicurezza. L’ansia di etichettare può derivare da un desiderio di controllo, un recondito istinto a voler dominare il prossimo invece che accoglierlo in tutte le sue sfumature e complessità. Del resto, la nostra società della crescita ha il proprio cardine nel vendere un prodotto; quindi, la brama di catalogare le tendenze e i desideri è un carburante che serve a far funzionare la mega macchina capitalista.

Ognuno di noi è qualcosa di molto di più di un singolo ruolo sociale, però oggi sento forte la mia appartenenza alla categoria dei papà. Una categoria complicata, delicata e spesso sottostimata.

Abdullah al-Kurdi è il papà del piccolo bimbo siriano di tre anni la cui foto ha commosso mezzo mondo. Un papà che si è visto scivolare dalle braccia, tra l’indifferenza di quel mondo che oggi si commuove, due figli, Aylan di tre anni e Galib di 5. Bimbi che scappavano impauriti da una guerra che non avevano causato e di cui non conoscevano neppure le ragioni. Ammesso che una guerra possa avere delle ragioni. Insieme ai due piccoli è morta la mamma e così papa Abdullah è rimasto solo. Una solitudine che sentirà ancor più bruciante quando tutti i riflettori si spegneranno su questa vicenda; quando l’ipocrisia di molti che ora si commuovono senza muovere un dito verseranno la propria ipocondria sentimentale su altri immagini su cui i mass media decideranno di puntare.

“I miei bambini mi sono scivolati dalle mani – ha raccontato Abdullah – avevamo dei giubbotti di salvataggio, ma all’improvviso la barca si è capovolta, perché alcune persone si sono alzate in piedi. Tenevo la mano di mia moglie, ma i bambini mi sono sfuggiti”. Questa frase mi è ritornata in mente per tutta la scorsa notte, ad un certo punto mi sono svegliato di soprassalto e sono corso nella stanza dei miei figli che hanno la stessa età di Aylan e Galib. Ma loro dormivano sereni, abbracciati, i loro corpi erano caldi e a differenza di Aylan e Galib non sono mai stati costretti a scappare per poi annegare in un mare di egoismo.

Proprio come dopo il tragico attentato a Charlie Hebdo, anche con Alyan subito è partita la processione dell’ipocrisia politica. Una politica assolutamente impreparata a comprendere la fase storica che si sta vivendo. Cameron, il primo ministro britannico, che fino a ieri ha ostacolato ogni tipo di accoglienza e salvataggio, ora si dice “profondamente commosso”. Nel nostro Paese si sono costruite campagne elettorali sulla paura, facendo leva su un solido zoccolo di voluta ignoranza che è incapace di comprendere le ragioni dei fenomeni immigratori. Su Internet girano immagini d’imbarcazioni d’immigrati in cui ci sono solo uomini, e con didascalia provocatoria, ci si domanda dove sia donne e bambini. Domandatelo a Abdullah dove sono donne e bambini. Vi risponderà che sono a due metri sotto terra. E’ davvero raccapricciante come nel nostro Paese sia così facile accendere il fuoco del razzismo, un Paese senza memoria che dimentica di esser stato un popolo di immigrati e di complici del nazismo.

Oggi la propaganda mediatica ci ha mostrato il capo chino nell’acqua di Aylan, forse pensando in questo modo di appagare la propria complicità con le politiche neoliberiste che causano immigrazione per guerre che servono ad accaparrare energia e altri fonte primarie: Afganistan, Iraq e Libia sono le ultime in ordine cronologico. Un’immigrazione strumentalizzata al fine di abbattere i diritti dei lavoratori autoctoni innescando una guerra tra poveri, con i disperati che sbarcano sulle nostre coste. Disperati che sono solo un piccolo antipasto dei milioni di profughi ambientali che saranno causati dai cambiamenti climatici provocati dal mondo occidentale.

Perché i mass media non ci informano con la stessa solerzia e drammaticità con cui si è commentata l’immagine di Aylan, che nel mondo si investono quasi 1800 miliardi di dollari all’anno in armamenti quando ne basterebbero 40 per porre fine alla fame del mondo? Secondo i dati sottostimati dell’ong Save the Children presentati all’Expo nel maggio 2015, ogni anno nel mondo muoiono almeno 3 milioni di bambini per malnutrizione e altri 200 milioni soffrono la fame. Quale immagine susciterà indignazione su questa shoa di cui nessuno parla? Una sola foto potrà spiegare che dietro a queste piccole vittime si cela un modello economico criminale che affama i tanti per garantire una vita da nababbi a pochi?

Sembra che le ultime parole di Aylan siano state: “Papà ti prego non morire”. Oggi quel “papà” è l’unico sopravvissuto e Abdul siamo tutti noi. Un mondo necrofilo che chiama Aylan clandestino, i politici onorevoli e magari umanitarie quelle cooperative che lucrano sul business dell’immigrazione. Aylan è morto in un mare di egoismo. Non sarà l’ultimo.

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