Archivio della categoria: armi

Armi, furti in aumento. “Non lasciatele incustodite”

pistola

In seguito al preoccupante aumento di furti di armi a Piacenza e in vista anche dell’imminente inizio stagione venatoria, il colonnello dei carabinieri Luca Pietranera raccomanda la massima attenzione nella custodia delle armi.
Il comandante del Reparto operativo ricorda di non lasciarle su automobili o in casa con finestre aperte o nelle disponibilità dei familiari. Il rischio è quello di una denuncia per omessa custodia e conseguente ritiro del porto armi. Trentotto i furti avvenuti a Piacenza nel 2013 e 23 nei primi sei mesi del 2014.

Armi, furti in aumento. “Non lasciatele incustodite”

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In seguito al preoccupante aumento di furti di armi a Piacenza e in vista anche dell’imminente inizio stagione venatoria, il colonnello dei carabinieri Luca Pietranera raccomanda la massima attenzione nella custodia delle armi.
Il comandante del Reparto operativo ricorda di non lasciarle su automobili o in casa con finestre aperte o nelle disponibilità dei familiari. Il rischio è quello di una denuncia per omessa custodia e conseguente ritiro del porto armi. Trentotto i furti avvenuti a Piacenza nel 2013 e 23 nei primi sei mesi del 2014.

Armi, furti in aumento. “Non lasciatele incustodite”

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In seguito al preoccupante aumento di furti di armi a Piacenza e in vista anche dell’imminente inizio stagione venatoria, il colonnello dei carabinieri Luca Pietranera raccomanda la massima attenzione nella custodia delle armi.
Il comandante del Reparto operativo ricorda di non lasciarle su automobili o in casa con finestre aperte o nelle disponibilità dei familiari. Il rischio è quello di una denuncia per omessa custodia e conseguente ritiro del porto armi. Trentotto i furti avvenuti a Piacenza nel 2013 e 23 nei primi sei mesi del 2014.

Armi ai curdi, l’arsenale doveva essere distrutto. Non rispettato ordine dei giudici

Duemila tonnellate. Centrotrentatre container. Ecco il carico di armi che il governo Renzi si prepara a spedire alla resistenza curda, per cercare di fermare l’avanzata dell’Isis nel nord dell’Iraq. Armi che lo stato italiano ha tenuto custodite nell’arsenale della Maddalena in Sardegna per 20 anni, dopo il sequestro del carico – avvenuto il 13 marzo 1994 – a un gruppo di trafficanti russi e ucraini. Arsenale che in teoria non doveva esistere più. Mantenuto, però, in piena efficenza dalla Marina Militare italiana, nonostante un ordine di distruzione della magistratura torinese del 2006, mai rispettato.

La storia dei Kalashnikov, completi di munizioni, e degli Rpg in partenza per il nord dell’Iraq era stata al centro di un’inchiesta giornalistica della Nuova Sardegna nel 2011, ripresa nei giorni scorsi da Sergio Finardi (qui sotto la tabella tratta dagli atti giudiziari di Torino e pubblicata in un suo articolo su Altreconomia 29 settembre 2011), ricercatore di TransArms in un articolo sul manifesto. All’epoca il quotidiano sardo raccontò dell’invio curato dalla Marina Militare e dai servizi di sicurezza italiani di una parte di quell’arsenale alla resistenza libica, in violazione dell’embargo stabilito dall’Onu, passando per le strutture militari sulle coste laziali. Un’altra guerra, la stessa partita di armi oggi promesse ai curdi. La procura di Tempio Pausania provò a ricostruire la vicenda, ipotizzando una violazione delle norme internazionali che vietavano di fornire armamenti alle fazioni in guerra. Sforzo inutile, l’indagine fu bloccata dal segreto di Stato. Caso chiuso, almeno per i prossimi trent’anni.

Su quel carico di armi aveva già a lungo indagato la magistratura torinese, con il pm Paolo Tamponi, in un’inchiesta partita nel 1997. Cinque anni dopo il sequestro avvenuto nel canale di Otranto da parte della Capitaneria di Porto (che intervenne grazie ad una soffiata partita dal controspionaggio ucraino), la procura di Torino, insieme alla Dia, iniziò a seguire un potentissimo gruppo internazionale di trafficanti di armi, a capo di quel trasporto clandestino diretto in Croazia. Ad attirare l’attenzione degli investigatori era la strana attività di due società piemontesi, controllate da aziende ucraine. Finirono processati il petroliere russo Alexander Zhukov, arrestato in Costa Smeralda, e altri trafficanti ucraini.

Nel 2001, quando scattarono le manette, la magistratura torinese sequestrò l’intero carico trasferito nei depositi della Maddalena. Il processo vide l’assoluzione degli imputati perché i giudici ritennero non punibile il traffico estero su estero (le armi provenivano dagli ex depositi sovietici ed erano dirette a Rijeka, porto da dove dovevano raggiungere la Bosnia). Il capitano della Jadran Express – ascoltato in aula – dichiarò che la nave non doveva fare scalo nei porti italiani, facendo così cadere la competenza del tribunale di Torino. Gli stessi giudici, però, ordinarono la confisca definitiva delle armi e la loro distruzione, come prevede la legge. Nulla accadde. Anzi, l’arsenale preso in consegna dalla Difesa venne mantenuto in perfetta efficienza. Nel 2009 – racconta la Nuova Sardegna – il governo Berlusconi provò a rendere acquisibili dalla Stato le armi sequestrate, con un apposito decreto. Quel provvedimento non divenne mai legge, decadendo: dunque l’ordine di distruzione è rimasto in piedi, anche se mai attuato.

Oggi l’arsenale del magnate russo Alexander Zhukov sta per partire diretto ai curdi. Il ministro della difesa Roberta Pinotti  ha spiegato che si tratta di “mitragliatrici, razzi anticarro e munizioni funzionanti ed efficienti, sottoposti a trattamento di conservazione nel tempo”. Un’attività questa che la magistratura torinese aveva interdetto fin dal 2006.

Iraq: chi sono i curdi che stanno per ricevere armi dall’Italia

Esteri
È forse l’unica entità governativa a funzionare come un vero Stato, anche se formalmente la chiamano “Regione Autonoma”. Il Kurdistan iracheno è un territorio montuoso e impervio, dove la sicurezza è garantita dai vecchi kalashnikov dei peshmerga curdi, unico ostacolo rimasto alla rapida avanzata dell’Isis nelle zone arabo-sunnite dell’Iraq settentrionale.Dietro la linea del fronte ci sono più di 7 milioni di curdi e quasi 2 milioni di arabi. Molti di loro si sono trasferiti tra questi monti ormai da alcuni anni per sfuggire agli scontri tra sunniti e sciiti, mentre altri sono arrivati qui dopo l’avanzata dell’Isis. A tutti loro il Kurdistan iracheno offre una possibilità di migliorare la propria condizione economica, visto che da queste parti il Pil è cresciuto a una media superiore a quella cinese negli ultimi vent'anni, segnando addirittura un incremento del 12% nel 2012.L’artefice di questo successo politico ed economico è stato Masoud Barzani, ex leader del Pdk (Partito democratico curdo), oggi Presidente del Kurdistan iracheno e oligarca ricco e potente. Dopo l’elezione dell’amico-rivale Talabani a presidente dell’Iraq, Barzani è diventato il padrone assoluto di questa regione grazie al sostegno della maggioranza delle tribù che parlano kurmanji, il dialetto curdo più diffuso in Turchia, Siria e Iraq. I suoi combattenti, che si erano scontrati con gli altri gruppi curdi (Pkk e Upk) e con l’esercito di Saddam Hussein negli anni ’90, sono diventati la milizia ufficiale di questa regione, avendo ottenuto anche la legittimità costituzionale da parte del governo iracheno.Barzani rappresenta la conservazione ed è il garante dei potenti leader tribali, che ormai preferiscono indossare il doppiopetto per fare affari con gli stranieri, soprattutto israeliani e turchi, invece che la divisa militare. Il suo Governo è accusato dagli oppositori di autoritarismo e corruzione, ma ha garantito diverse riforme laiche come ad esempio l’abolizione del delitto d’onore e una generale promozione dell’educazione femminile e dei diritti delle minoranze.Le armi dei peshmerga risalgono alla fine degli Novanta e oggi non possono competere con l’Isis, che si è impadronito dei moderni carri armati e dei fucili di produzione statunitense in dotazione all’esercito iracheno. La possibilità di ottenere mezzi militari recenti potrebbe perciò ribaltare le sorti del conflitto, ma rischia di portare a gravi conseguenze per la regione. Al fronte non ci sono perciò soltanto le milizie del Pdk di Talabani, ma anche i guerriglieri del Pkk, che fanno parte di un’organizzazione che Europa e Stati Uniti hanno inserito nella lista dei movimenti terroristici perché responsabile di sanguinosi attacchi sul territorio turco negli scorsi anni. Questi gruppi si sono addirittura scontrati tra loro in passato, ma oggi si sono uniti contro il nemico comune: nulla impedisce perciò che riescano a ottenere le moderne armi occidentali e tornino ad attaccare i militari di Ankara dopo avere deciso un cessate il fuoco negli ultimi mesi.Inoltre, è previsto un referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno entro un anno: questo potrebbe portare al definitivo abbandono dell’Iraq da parte di questa regione, visto che la debolezza di Baghdad e la centralità di questo gruppo nella guerra contro l’Isis offrono un’occasione unica per l’indipendenza dei curdi. La possibilità di difendere questa rivendicazione con armi moderne e cannoni antiaerei, come quelli che verranno forniti dall’Italia e dalle altre nazioni europee, rende il sogno dell’autodeterminazione ormai davvero prossimo a realizzarsi, ma potrebbe creare le condizioni per un nuovo conflitto.C’è una barzelletta (la trovate qui ) che circola tra le vie di Erbil e dice che se i curdi avranno finalmente il loro Stato dovranno erigere tre statue: una all’ex proconsole americano in Iraq Bremer, che ha di fatto diviso il Paese, una ad Al-Maliki, che ha accentuato lo scontro tra Governo centrale e curdi ed una al “Califfo” Al-Baghdadi che ha distrutto ciò che rimaneva dell’autorità statale nel Nord dell’Iraq, aprendo la strada alla possibile indipendenza del Kurdistan iracheno.

Gaza, Londra rivede forniture militari a Israele: “Basta, se usate per repressione”

Nessuno stop alla fornitura di armi dal Regno Unito verso Israele, ma il governo di David Cameron promette ora una revisione “caso per caso” di tutte le licenze per le forniture militari operative, per cercare di capire quali di questi accordi preveda l’invio di “tecnologie per la repressione interna”. Non un dietrofront, quindi, ma comunque una prima, importante presa di coscienza da parte della Gran Bretagna. Quanto succede in Medio Oriente preoccupa Downing Street e il parlamento britannico, nonostante lo stesso Cameron, anche recentemente, abbia più volte ripetuto che “Israele ha un legittimo diritto all’autodifesa”. Però, domenica 3 agosto, dal governo del Regno Unito è arrivato anche un sostegno all’Onu. “Hanno fatto bene a condannare il bombardamento delle scuole definendolo ‘un oltraggio morale’”, ha detto il primo ministro conservatore. Così, ora, Londra si trova davanti a un bivio, prendere parte e condannare Israele, come del resto sta facendo già da settimane il partito laburista all’opposizione, oppure continuare a fare come gran parte del mondo occidentale. E la strada intrapresa da Cameron nelle ultime ore sembra chiara: interrogarsi sulla natura del proprio rapporto con quel paese. Per confermare la propria posizione, quasi sicuramente, ma pur sempre con dei distinguo.

Parlando con il Guardian, un portavoce dell’esecutivo ha detto: “Al momento stiamo rivedendo tutte le licenze per le esportazioni verso Israele, per confermare o meno quello che noi pensiamo, che siano appropriate”. Così verranno rivisti quegli invii di materiale per software e comunicazioni militari, ma anche di armamenti. Una presa di posizione che stride con il silenzio italiano, anche dopo la notizia che l’Italia, in Europa, è il primo fornitore di sistemi militari dello stato israeliano, uguagliando l’export di Francia, Germania e Regno Unito messi assieme, come rivelano numeri e dati dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa. Così mentre anche gli aerei militari d’Israele si esercitano in Sardegna, Londra ora cerca almeno di ripulirsi la faccia, dicendo che il dubbio è stato instillato. Non è detto, infatti, che tutte quelle armi vengano usate nel migliore dei modi, secondo gli standard internazionali, sempre che esista un modo ottimale di usarle.

Scrive ancora il Guardian, la presa di posizione di Cameron è arrivata anche dopo le proteste delle associazioni umanitarie britanniche, preoccupate soprattutto per licenze pari a 42 milioni di sterline, più di 50 milioni di euro, garantite a 130 aziende del Regno Unito per la vendita di componenti per quei droni Hermes ormai diventati tristemente famosi e per carri armati da battaglia. Lo scorso luglio, ricorda il quotidiano, uno dei sottosegretari del ministero degli Esteri, Tobias Ellwood, aveva detto che “il Regno Unito non crede che imporre un embargo su Israele possa promuovere il progresso di pace nel Medio Oriente. Ogni paese, Israele incluso, ha un legittimo diritto all’autodifesa e il diritto a difendere la cittadinanza dagli attacchi. In questo modo, è vitale che tutte le azioni siano proporzionate, in linea con la legge umanitaria internazionale e calibrate per evitare vittime civili”. Tutte cose che, come riportato ampiamente nelle ultime settimane, sono venute evidentemente a mancare. Cameron non ha detto di no al supporto a Israele. Ma qualcosa si sta incrinando nel sostegno allo stato ebraico, se anche un altro portavoce governativo arriva a dire al Guardian che “non daremo più licenze se c’è un chiaro rischio che l’equipaggiamento venga utilizzato per la repressione interna o se c’è un chiaro rischio che possa provocare o prolungare il conflitto”.

Sequestro armi Caraglio Cuneo, in auto aveva mitragliatore con matricola abrasa

Kalashnikov_ak74mIl controllo è avvenuto oggi a Caraglio in provincia di Cuneo.

 

Secondo quanto spiegato, nell’auto di un 36enne cuneese sono stati rinvenuti un mitragliatore con matricola cancellata, dei caricatori ed un silenziatore.

 

L’uomo era titolare di una armeria che però era stato costretto a chiudere per problemi di natura economica.

 

La perquisizione delle Forze dell’Ordine in casa del 36enne ha portato poi alla scoperta di un lanciarazzi, due pistole con matricola abrasa e 140 caricatori per mitragliatori kalashnikov.

 

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Di Redazione

Foto: wikipedia.org

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Traffico di droga e armi Torino, 12 arresti

PoliziaL’operazione è stata condotta dalla Direzione Distrettuale Anti Mafia di Torino.

 

Secondo quanto spiegato, è in corso un’operazione contro il traffico di droga e di armi in Piemonte, Emilia Romagna e Calabria.

 

Il lavoro della Polizia di Stato ha portato a 12 arresti tra Torino, Reggio Calabria, Roma e Napoli.

 

Si tratta dell’atto conclusivo di un’indagine che ha portato, in due anni, a 21 arresti e alla cattura di un latitante dell’ndrangheta.

 

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